O Bangladino

San Lorenzo. Me ne andavo a zonzo per la Via Tiburtina senza una vera logica, ero in cerca di una vibrazione positiva, quello che a Villa Ada, un radical hippie apostroferebbe come il giusto mood sputando poi una colossale boccata di fumo bianco. Finalmente ebbi il segnale, un punkabestia carezzando il cane in dotazione emise un rutto bestiale che interruppe la mia passeggiata sbarazzina a causa del forte odore di malto stantio che dal suo stomaco aveva invaso la Tiburtina come un improbabile passaggio a livello. Guardai a destra verso il parco, no niente naturismi, veganate o ispirazioni trascendentali, serviva qualcosa che il mio olfatto aveva subodorato nella sbarra di fiato del messaggero tatuato. Guardai a sinistra, scorsi una via che non avevo ancora notato nell’andirivieni senza meta, mi tirò dentro così in fretta che non riuscii a leggerne il nome e neppure a ringraziare il catalizzatore col cane. Fui attratto da un sorriso. Non era il solito sorriso. Il bianco dei denti era amplificato dal colore scuro della pelle e dai capelli neri.

L’uomo che lo possedeva era seduto su uno sgabello poco dentro il suo negozio di generi alimentari. Un dito m’indicò il da farsi guidandomi fino a un frigo colmo di birre. Una Peroni la vendeva a un euro e cinquanta. Com’era possibile? Quasi come al supermercato, ma con la differenza che qui erano anche fresche. Gocciolavo per l’estate più calda degli ultimi dieci anni. Il ventilatore nel negozio mi spinse il sudore fino agli occhi che, chiusi, mi rivelarono la sensazionale verità della montagna di spicci nelle mie tasche. “Una Peroni”, dissi guardando la bottiglia. “Sì”, esclamò solo il proprietario. Il resto lo feci da solo, tra bottiglia, spicci e cavatappi. Diedi una boccata da far invidia a uno sciopero della sete e mi sedetti su una sedia che prima non avevo notato. Regnò il silenzio nel tempo che scolai la birra. Oltre il negozio, sfilavano i personaggi più disparati tra tizi scappati a foto del dopoguerra, pischelli che gareggiavano a colpi di dreadlock, ex-vergini in micropants inguinali, messaggeri punkabestia guidati dal fiuto dei cani e altra fauna che innaffiata di birra diventava sempre più interessante. “Un’altra”, esclamai con gli occhi fissi sulla passerella sanlorenziana. “Sì”, esclamò solo il proprietario. Una parola secca che mi pervase di un velocissimo fremito d’inquietudine. Non feci in tempo a ragionare che già mi scendeva in gola metà della bottiglia. Fu allora che tirai fuori gli spicci, li poggiai su un tavolo chiedendo al tizio di dove fosse. “Bangladesh”, rispose senza guardarmi. Era intento a scrivere su un pezzo di carta qualcosa d’incomprensibile. Il silenzio del negozio si mischiò al baccano della via e per un attimo ne fui sgomento. Buttai giù ancora birra e pensai di uscire. La bottiglia era finita ma una domanda bloccò la mia meditazione. “Un’altra?”, chiese il Bangla mentre il mio cervello stava per comandare gli arti. Non risposi, aprii il frigo, stappai la bottiglia e poggiai altri spicci sul tavolo. La terza mi scese come un saltatore olimpionico sul trampolino di lancio: diritta e pronta per spararmi in aria. Fu lì che ebbi la sfrontatezza di una domanda scontata: “come fai con questi prezzi a mantenere aperta la baracca?” Il Bangla sfoderò un sorrisone bianchissimo che non so per quale motivo mi mandò al frigo e stappai ancora una Peroni.

La mandai giù cercando una spiegazione al mio gesto, ma la risposta affogò presto nella birra e me ne dimenticai. Il vociare di San Lorenzo invase il negozio e s’impose anche dentro di me. La sfilata era diventata una schizzata corsa da un lato all’altro del negozio e le persone che apparivano e sparivano sembravano strappate a un film dell’orrore a tinte emo. L’istinto di autoconservazione si materializzò in me e timido mi suggerì di uscire. Il cervello lanciò l’impulso. Il piede destro superò il sinistro. Quattro passi mi separavano dall’uscio, ma al terzo il Bangla disse qualcosa. “Mi piace molto canzone napoletana e a te?” Deglutii perché nonostante la vicinanza con la salvezza, non riuscivo a lanciarmi nell’ultimo passo. “Sì dipende… qualcosina”, abbozzai immobile in una posa che sembrava rubata a una figurina del semaforo dei pedoni. Il Bangla fece sì con la testa. Qualcosa di mostruosamente innaturale mi fece tornare indietro di tre passi. Contraccambiai il sorriso. “Dai prendi altra birra… devo mandare avanti baracca”, pronunciò il Bangla con un candore che se le batteva col bianco dei suoi denti. Terrore. Presi un’altra birra. Perché? La mia coscienza mi suggerì: dai viene dal Bangladesh, laggiù avrà una famiglia da mantenere, cosa sono per te un euro e cinquanta?, due caffè, per lui invece sono molto di più se li rapporti ai soldi che spedirà a casa. Il pensiero s’impose talmente tanto in me che ne bevvi ancora due. “Ti piace la canzone napoletana, quindi?”, chiesi quando capii che il mio bottone dell’autodistruzione era stato premuto da un pezzo. “Sì”, disse il Bangla. Feci molta attenzione a fissare il pavimento evitando denti bianchi, candore e altre subdole trovate commerciali. “Ti canto qualcosa”, aggiunsi. Il Bangla rise con una contentezza verace che mi costrinse a trattenermi per non stappare ancora birra. Intonai alcuni versi:

“O Bangladino… O Bangladino…

Beeellu marpione!

O Bangladino… O Bangladino…

Tutte e birre te vié voja d’accattà!”

La dedica riscosse successo. Il Bangla batteva le mani. Continuavo a cantare. Poggiai tutti gli spicci sul tavolo. Continuavo a cantare. Infilai un passo. Continuavo a cantare. E un altro. E ancora un altro. E sì! Ero fuori tra la gente che sfilava non più tanto impazzita. Il più pazzo ero io che cantavo a ripetizione quei santi quattro versi anche oltre la fine della via. E oltre ancora, per la Tiburtina fino alla fermata dei tram. La gente mi guardava, ma neanche troppo interessata, ero solo un altro ubriaco che aspettava il tram in zona San Lorenzo. Smisi di cantare solo quando le porte del tram si chiusero alle mie spalle e mentre Roma correva nel finestrino, meditai che un giorno tornerò a trovare quel simpatico bangla, con quei denti bianchi e quel sorriso sincero, dove le buonissime Peroni gelate scendono giù come l’acqua e costano quasi come al supermercato, sì, tornerò a trovarlo, ma con gli spicci contati.

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